Intervento del Comitato Antifascista Catanese all'assemblea pubblica "Le lotte non si processano" La questione della repressione contro i militanti del movimento rivoluzionario ed antagonista è da diverso tempo al centro del dibattito tra molti compagni e compagne in tutta Italia. Questo perché risulta ormai evidente a tutti che la repressione non può più essere affrontata come un "incidente di percorso" da denunciare ogniqualvolta si viene colpiti, ma è un elemento strutturale che ci troviamo di fronte e che pone materialmente una grossa ipoteca sullo sviluppo di qualsiasi iniziativa di opposizione e di critica radicale allo stato di cose presenti. In campo nazionale e internazionale, la "lotta al terrorismo" è diventata il cavallo di battaglia dell'imperialismo per ostacolare la lotta di classe ed il suo sviluppo; una politica, conseguente alla crisi generale del sistema capitalista, che costringe tutto il mondo a schierarsi o dalla parte dei popoli oppressi e delle classi sfruttate o dalla parte di chi opprime, sfrutta, massacra, distrugge, immiserisce. In ogni paese la borghesia imperialista detiene attraverso lo Stato il monopolio della violenza, per mantenere inalterato il proprio ruolo di classe dominante. La repressione rappresenta, quindi, lo strumento principe dell'azione dello Stato per contrastare la lotta di classe. Per questo, lo Stato utilizza i propri apparati ed il proprio armamentario (esercito, forze di polizia, servizi segreti, magistratura, legislazione, mass media) per provocare arresti, fermi, perquisizioni, controlli, pedinamenti, schedature, anni di carcere, torture, ecc. Gli ultimi anni, soprattutto gli ultimi mesi, sono stati caratterizzati da una costante iniziativa da parte delle diverse Procure e degli apparati di controllo, alla quale il movimento nel suo complesso spesso non ha saputo dare risposte adeguate. E intanto, i risultati dell'iniziativa repressiva si fanno sempre più incisivi. Non solo per i "danni" diretti che perquisizioni, sequestri, denunce, ecc. provocano ai compagni e alle compagne che li subiscono, ma soprattutto per il pesante clima di intimidazione e di sospetto che queste azioni provocano nel corpo meno militante, in quelle aree che sono il referente primo delle iniziative politiche che sviluppiamo. In questa fase è evidente che l'azione di repressione, di controllo e di prevenzione da parte dello Stato si pone come obiettivo principale, al di là dell'attacco alle organizzazioni combattenti e all'isolamento totale nei confronti dei prigionieri politici, di dividere, isolare, denigrare, differenziare e desolidarizzare il movimento di classe e rivoluzionario. Questo meccanismo va rotto! Noi, in quanto parte di questo movimento, abbiamo il compito di unire attraverso la solidarietà e la lotta quello che lo Stato vuole dividere con l'attività repressiva. Solidarietà intesa come "solidarietà di classe", che è indipendente da scelte ideologiche, politiche o organizzative di ciascuno ed è, invece, dipendente rispetto all'appartenenza di classe; solidarietà di classe come arma fondamentale per ostacolare le varie forme di repressione. Senza svilire i contenuti e cercando di fare in modo che il confronto e l'iniziativa non rimangano circoscritti a chi li ha promossi, è necessario che questo tipo di lavoro coinvolga i lavoratori, i giovani, gli studenti, i proletari, in modo da concretizzare una mobilitazione di massa che contrasti l'obiettivo dello Stato di isolare, denigrare, dividere.? E se siamo consapevoli che una reale opposizione si potrà costruire in avanti con lo sviluppo di esperienze di ricomposizione sociale e politica che sappiano imporre concreti rapporti di forza, crediamo che fin d'ora sia indispensabile tentare di mettere qualche zeppa negli ingranaggi repressivi che tanti danni stanno provocando all'impegno e agli sforzi di tanti compagni e compagne in ogni parte d'Italia. Affinché la lotta contro la repressione non diventi poco più di una moda ma piuttosto il sintomo di una presa di coscienza profonda del rapporto tra lotta e repressione, dello scontro tra classe e stato, è necessario evitare sia di sottovalutare la portata delle ondate e delle misure repressive (e preventive) che si susseguono con sempre maggiore frequenza e incisività, sia di gridare "Al lupo! Al lupo!" per ogni cosa che avviene. Se uno si becca una multa per aver scarabocchiato su un muro si grida alla repressione. Se a uno viene inibito l'accesso allo stadio per qualche mese si grida alla repressione. Se uno guida senza patente e gli sequestrano la macchina si fa un comunicato contro la repressione... della Motorizzazione... salvo il fatto che poi, quando vengono arrestati alcuni particolari militanti rivoluzionari, quasi nessuno dice una parola. La repressione non c'è più. O, se c'è, se la sono cercata. O se non se la sono cercata, comunque basta "mettere le mani avanti". Crediamo che sia un ragionamento di buon senso dire che la repressione viene usata con maggiore frequenza e con maggiore violenza anche nella misura in cui lo stato comprende che l'uso della repressione indebolisce il fronte dell'opposizione di classe. In molte situazioni la repressione produce effetti immediati nei confronti dei soggetti che vengono colpiti ed effetti indiretti in termini di dissociazioni preventive, del "mettere le mani avanti". In questo modo lo Stato riesce a ottenere due risultati: quello della rottura dell'unità del fronte di classe e quello che si ripropone con gli effetti pratici della repressione (perquisizioni, carcere, sequestri?). È ragionevole pensare che se ogni qualvolta lo stato colpisce riuscissimo ad ottenere un maggiore compattamento politico, una maggiore unità, una maggiore capacità di resistenza, lo stato colpirebbe con minore frequenza e con minore violenza proprio per impedire questa maggiore unità e questa maggiore forza. Siamo, oggi, in questa situazione? Non ci pare. Insomma, dobbiamo concepire la lotta contro la repressione e per la solidarietà di classe come un punto fondamentale del nostro lavoro politico a prescindere dalla nostra maggiore o minore condivisione dalle varie strategie politiche; questo è un elemento di forza e di unità che ci consente anche di opporre una maggiore resistenza. Gli ultimi episodi di attacchi fascisti alle sedi politiche dei compagni, o le aggressioni perpetrate dai neofascisti contro militanti dei centri sociali, studenti, immigrati negli ultimi mesi, hanno riaffermato la necessità di un'attitudine militante alla pratica politica, che passa sicuramente per la difesa degli spazi fisici e politici del nostro agire. Tuttavia, se si vuole evitare il duplice rischio di veder dirottare la propria azione unicamente sul piano della rincorsa degli squadristi, o di fare gli interessi elettorali di qualcuno che chiama all'unità contro "le destre", bisogna darsi una prospettiva politica di lungo respiro nella quale inquadrare anche la risposta ai neo-fascisti. Partiamo anzitutto con il capire che le protezioni di cui oggi godono i gruppetti di estrema destra sono da ricercarsi si nel governo loro amico, ma ancor prima che Berlusconi, Fini e Bossi sedessero a Palazzo Chigi c'è stato chi, col governo del centrosinistra, ha ridato legittimità storica al fascismo, parlando dei "ragazzi di Salò" come di giovani che avevano comunque lottato per un ideale. Lo stesso governo di centrosinistra che ha, per primo, ripercorso le gesta delle armate coloniali del duce con la missione in Albania, ridivenuta negli anni '90 "protettorato" italiano, in Somalia e poi con la guerra contro la Jugoslavia nel 1998. La rinnovata aggressività dell'imperialismo italiano, con le sue guerre di conquista di risorse energetiche e di nuovi mercati aveva però bisogno, sul piano "culturale" e ideologico, di annichilire le potenzialità di rivolta dei popoli da dominare e dei proletari da "arruolare" nelle nuove imprese belliche, attaccando prima di tutto la principale ideologia di liberazione e riscatto sociale che aveva contrassegnato il secolo: il comunismo. Da qui trae nuova spinta e vigore il revisionismo storico di destra, portato avanti dalla "destra" come dalla "sinistra" parlamentare, che equipara il fascismo al comunismo, Hitler a Stalin, i campi di sterminio alle foibe ecc., consegnando alle nuove generazioni "rinnovati" programmi scolastici (con la riforma Moratti) in cui i partigiani sono in ultima analisi responsabili delle rappresaglie stragiste dei nazi-fascisti e dove Mussolini viene dipinto come un bravo statista il cui unico errore fu di dichiarare guerra agli alleati. Questo indottrinamento marcia nelle scuole come nei media, dove non manca giorno in cui non appaia un articolo, una trasmissione in cui il comunismo venga attaccato e il fascismo "recuperato", in un paese in cui addirittura è stata istituita una giornata nazionale "in memoria delle vittime delle foibe", il 10  febbraio. Quest'anno, tale giornata, che meglio dovremmo chiamare giornata dell'anticomunismo, verrà celebrata in tutte le scuole, e in TV con una fiction in cui i partigiani vengono definiti "stupratori e assassini". Tanto accanimento contro il comunismo e il suo portato di liberazione sociale e resistenza alle ingiustizie ci fa dedurre che la borghesia sia ancora terrorizzata da questa ideologia e che abbia dunque bisogno di esorcizzarla quotidianamente dalle teste degli sfruttati! Tanto più che oggi la capacità di resistere all'imperialismo e di infliggergli duri colpi è di nuovo tornata ad essere concreta e alla portata di tutti: in Iraq soprattutto, ma anche in Palestina, in Asia e in America Latina. Lo spazio politico e "pratico" delle teste rasate di oggi è giustificato perciò anzitutto dalla guerra imperialista che l'Italia si trova a combattere in Iraq in prima fila. Una guerra che, come tutte le guerre imperialiste, si combatte anche "dentro" i paesi imperialisti, contro i potenziali sovvertitori dei piani della borghesia, definiti "terroristi" tanto quanto i resistenti di oggi in Iraq e tanto quanto i resistenti-banditi di ieri durante la Resistenza europea al nazifascismo. È la guerra imperialista pertanto il terreno principale, oggi, dello scontro tra sfruttati e sfruttatori, ed è l'imperialismo il nemico comune da abbattere, un imperialismo del resto sempre più simile al nazismo e al fascismo e che vede Bush e Sharon fare da degni eredi di Hitler e Mussolini. Senza lotta all'imperialismo non c'è vero antifascismo Nessuno spazio ai fascisti, e nessuno spazio a chi fa sconti al fascismo, anche a sinistra! Catania, 11 febbraio 2005 Comitato Antifascista Catanese antifascisticatanesi@invetati.org